AIDS: il solito complotto
Come sempre le cose non sono quello ceh sembrano, l’AIDS in realtà è stata inventata dagli americani per eliminare gay, neri e arabi.
Magari un giorno qualcuno farà un film d’inchiesta sulle teorie qua sotto e chissà, magari lo troveremo pubblicizzato su questo sito…
Dal Corriere della Sera del 20 dic 2006, di Guido Olimpo
“La Stasi, Gheddafi, Mbeki: tutti gli alfieri della teoria del complotto”
Il colonnello Gheddafi, il regista Spike Lee, il presidente sudafricano Mbeki, la Stasi della Germania Est, il giornale siriano Al Thawra,
alcuni imam integralisti, un paio di sheikh egiziani, studiosi americani a volontà. Cosa hanno in comune? Credono o hanno creduto che l’Aids sia stato prodotto in laboratorio da un’intelligence nemica. Chi l’ha messo a punto? Gli stessi danno risposte diverse: dalla Cia al Mossad, da un centro americano alle società farmaceutiche occidentali. Con quale obiettivo? Per uccidere «neri e ispanici», per «distruggere la società araba o contagiare l’intera Africa». Uno scenario che — guarda caso — si applica anche all’attentato dell’11 settembre. Gli scettici sulla responsabilità di Osama Bin Laden sono tanti come sono tanti quelli che indicano i soliti colpevoli. Lo zio Sam, la Cia, il complesso industriale economico, il Mossad, gli ebrei, Wall Street, l’asse saudita- americano… Il giallo delle infermiere bulgare in Libia non poteva sfuggire alla Grande Cospirazione, anche perché a Tripoli come al Cairo il terreno è fertile, già seminato da una propaganda perniciosa condotta in modo meticoloso da chi ci crede veramente e chi lo fa per ragioni di interesse. È lo stesso colonnello Gheddafi a fornire la sua ricostruzione davanti alla tv nazionale: «Loro (le infermiere bulgare,
ndr) hanno confessato: “È venuto un tipo chiamato John o qualcosa di simile. Ci ha detto di iniettare una sostanza ai bambini, ci ha pagato e se ne è andato”. Quale intelligence lo ha mandato non lo sappiamo».
Ma lo sanno nelle strade d’Egitto e non da oggi. Già a metà degli anni ‘90 estremisti radicali e giornali di palazzo, che di solito si guardano in cagnesco, erano d’accordo sull’individuare gli untori dell’Aids negli israeliani. Una variazione di un’altra teoria sostenuta da quotidiani autorevoli: «I turisti ebrei portano gomme americane imbevute di afrodisiaco e poi le regalano alle ragazze palestinesi. Così la società si corrompe, dilaga la promiscuità, ci indeboliamo senza accorgercene». Viene da ridere, ma in tanti se la bevono. Sono sequestrati interi carichi di dolciumi e sottoposti ad esami, i bagnini di Sharm El Sheikh ripetono la favola agli ospiti stranieri.
Un primo verdetto sembra dare ragione a chi grida all’intrigo, successivi test indipendenti assolvono le gomme americane. Questo veniva detto nel 1994. Oltre dieci anni dopo la musica non è cambiata. Durante l’intifada nei villaggi palestinesi si ascoltano storie di avvelenamenti, pozioni, malanni oscuri e cibo contaminato. Il quotidiano ufficiale siriano
Al Thawra scrive alla fine di gennaio: Israele ha creato l’aviaria per colpire in Asia e creato l’Aids come bomba razzista. Gli fa eco il prestigioso
Al Ahram. «Con la scusa di immunizzare le popolazioni africane, il Mossad fornisce a delle infermiere il virus…».
C’è sicuramente la mano di un altro servizio segreto dietro la teoria della cospirazione. È il vento dell’Est a portarla. Una volta caduto il Muro, dagli archivi della Stasi, la polizia politica della Germania Orientale, salta fuori che la bugia sull’Aids sarebbe nata a tavolino nel 1986. È l’allora responsabile della Sanità del Partito, Karl Seidel, che inoltra un rapporto riservato: «Ci sono molti elementi per sostenere che esso sia un prodotto realizzato nei laboratori di Fort Detrick, Stati Uniti». Per sperimentare «l’arma» — sostengono gli 007 tedeschi (dell’Est) — vengono infettati dei detenuti, molti dei quali omosessuali, e poi liberati. Seidel esorta a far circolare la storia nel Terzo Mondo, così da compromettere l’immagine degli Usa. Il Politburo tentenna, ma la frottola cammina con le sue gambe e «attacca». Sarà poi il transfuga Vasili Mitrokhin, l’autore delle clamorose rivelazioni sul Kgb, a smascherare la manovra di contro-informazione. E toccherà a Mikhail Gorbaciov chiedere scusa agli ex nemici statunitensi nel corso di un summit con Ronald Reagan.
Smentite e correzioni sono presto superate da nuove versioni. L’Aids — scrive l’autore Alan Cantell — è il risultato di una operazione del governo Usa che contamina «cittadini bisex o gay tra il 1978 e il 1981 a New York, Los Angeles, San Francisco, Chicago». La pensa così anche il professor Boyd Graves per il quale la malattia non è altro che «una grande mietitrice» per spazzare via «neri, gay e gruppi sociali in eccesso». Gary Glum individua l’origine nel male in un centro di ricerche a Cold Spring Harbor, New York. Vogliono usare l’Aids per controllare le minoranze. A ordirlo un fantomatico gruppo conosciuto come «gli Illuminati». Il ricercatore William Douglas sposta l’accusa dagli Stati Uniti all’Organizzazione mondiale per la sanità: lo strumento usato i vaccini distribuiti nelle aree più povere della Terra. Il legame medicine-Aids-Cia è sostenuto da un personaggio importante quale il presidente sudafricano Thabo Mbeki (ottobre 2000) che denuncia una presunta campagna nei suoi confronti mentre il celebre regista Spike Lee arriva a sposare il disegno del virus ammazza-neri. Di complotto in complotto si arriva alle morti eccellenti. Diana, la principessa dei misteri, anche lei sarebbe stata al centro di un piano per assassinarla con la malattia. E a Yasser Arafat, stroncato da un virus mai accertato con sicurezza, potrebbe essere stato colpito da una accorta mano omicida. La causa? L’Aids.
Dicembre 23rd, 2006 at 15:38
Grida di gioia a Tripoli, parole di condanna a Sofia. E’ stata accolta così la sentenza di condanna a morte di un tribunale libico comminata a 5 infermiere bulgare e un medico palestinese, giudicati colpevoli di aver consapevolmente infettato 426 bambini libici, di cui 52 sono poi deceduti, con il virus dell’Hiv. La difesa degli imputati ha già presentato appello e fatto ricorso alla Corte suprema libica.
“Dio è grande!”, “Lunga vita alla giustizia libica”, ha gridato Ibrahim Mohammed al-Aurabi, il padre di uno dei bambini infettati, al termine della lettura della sentenza da parte del presidente del tribunale di Tripoli. La Bulgaria ha condannato la decisione e ha ribadito la convinzione dell’innocenza delle infermiere.
Presidente e premier bulgari si sono detti “profondamente indignati” respingendo “categoricamente” la sentenza.
“Condannare a morte persone innocenti è un tentativo di coprire le reali responsabilità sulla diffusione del virus a Bengasi”, ha dichiarato il presidente del parlamento bulgaro, Georgi Pirinski. Bruxelles e Parigi hanno fatto eco a Sofia, rivolgendo un appello alla clemenza alle autorità libiche.
L’importanza del processo, che costituisce un banco di prova per il colonnello Gheddafi, va ben oltre la questione specifica e le sue ripercussioni si fanno sentire sul complesso delle relazioni tra l’Occidente e la Libia. I familiari dei bambini che con una petizione popolare avevano chiesto di “rigettare le pressioni
dell’Occidente” e confermare la pena di morte, hanno organizzato un sit-in fuori dal tribunale in attesa della sentenza. Ma anche a Sofia si sono svolte manifestazioni a sostegno delle infermiere e i
quotidiani avevano accolto l’invito del governo bulgaro a mantenere un basso profilo.
Gli accusati, che hanno già trascorso 7 anni in carcere, hanno sempre respinto con forza, e con sdegno,
l’accusa. La loro tesi, ovvero che la diffusione dell’Aids fosse iniziata prima del loro arrivo nell’ospedale, è stata sostenuta in tribunale anche da Luc Montagnier, il co-scopritore del virus dell’Hiv. Compatto il fronte occidentale: i 6 sono capri espiatori per giustificare le pessime condizioni igieniche dei
nosocomi libici.
Anche le conclusioni di uno studio diffuso due settimane fa dimostrebbero l’innocenza degli imputati. Secondo la ricerca, pubblicata sulla rivista Nature e condotta da un team anglo-italiano costituito da ricercatori dell’università di Oxford, dell’Istituto Superiore di Sanità e dell’ateneo di Tor Vergata di Roma con la collaborazione dell’Ospedale Bambino Gesù di Roma, il sottotipo di Hiv in questione aveva cominciato ad infettare i piccoli pazienti ben prima dell’arrivo degli operatori sanitari in Libia.
I ricercatori hanno analizzato le sequenze genetiche dei ceppi virali di Hiv e Epatite C (Hcv) isolati nei pazienti e, dall’analisi delle mutazioni accumulatesi nel tempo, hanno potuto ricostruire la storia della trasmissione dei sottotipi di virus coinvolti cercando di individuare il momento in cui le epidemie
sono scoppiate. La forte evidenza scientifica generata da questi dati testimonia come l’epidemia sia stata favorita dalle scarse condizioni di igiene dell’ospedale e non da una deliberata trasmissione.
Steinmeyer, faremo di tutto per annullare sentenza
“Faremo il possibile affinchè la Libia non mantenga la sentenza” di pena di morte contro gli infermieri bulgari ed il medico palestinese. Lo ha detto il ministro degli Esteri tedesco Frank Walter Steinmeyer, dal primo gennaio presidente di turno dell’Unione europea. Nel presentare alla stampa europea il programma del semestre di presidenza dell’Unione europea, il ministro tedesco si è detto “scioccato
dalla notizia, che è andata contro ogni attesa, con la decisione di confermare la pena di morte”. Steinmeyer ha ricordato di essere andato sul posto qualche settimana fa “e di aver insistito nel chiedere di tener conto delle attese degli europei per una soluzione, di fronte ad accuse insostenibili”. “Spero e chiedo al governo di Tripoli che dia loro una possibilità. È un verdetto, una sentenza, terribile”, ha affermato il cancelliere tedesco Angela Merkel durante una conferenza stampa a Helsinki.
Infermiere bulgare, le tappe della vicenda
Le tappe della vicenda delle cinque infermiere bulgare e del medico palestinese, accusati di avere
inoculato il virus dell’Hiv a 426 bambini libici, 53 dei quali sono mort, e che sono stati condannati a morte dalla giustizia libica.
Il 16 febbraio 1999: Tripoli annuncia l’arresto di alcune infermiere bulgare che lavorano all’ospedale di Bengasi. Il 7 febbraio 2000: Apertura del processo contro cinque infermiere e un medico bulgaro, oltre che contro un medico palestinese.
2 giugno: Sofia annuncia che le infermiere hanno denunciato di essere state torturate durante l’inchiesta.
16 giugno 2001: Viene richiesta la pena di morte contro i sette imputati, che si sono dichiarati non colpevoli.
17 febbraio 2002: Il tribunale del Popolo di Tripoli rinvia il dossier alla procura, per assenza di prove in merito all’accusa di “omicidio premeditato”.
3 giugno: La procura conferma l’accusa di “provocazione di un’epidemia” e avvia una nuova procedura.
26 agostp: La camera d’accusa di Bengasi rinvia il caso dinanzi a un tribunale penale della città. Due infermiere e il medico palestinese che avevano riconosciuto i fatti durante gli interrogatori di polizia affermano dinanzi alla camera che le loro deposizioni sono state estorte con la forza.
8 lugglio 2003: Il processo riprende per essere immediatamente aggiornato.
3 settembre: Testimoniano il professore francese Luc Montagnier e quello italiano Vittorio Colizzi. Per loro, il contagio deriva dalle cattive condizioni igieniche dell’ospedale.
8 settembre: Il procuratore chiede la pena di morte, la parte civile un risarcimento di 4,3 miliardi di dollari per i bambini contagiati.
6 maggio 2004: Le infermiere e il medico palestinese sono condannati a morte e il medico bulgaro a quattro anni di reclusione per “traffico di valute”. I sei presentano appello. A dicembre, Sofia rifiuta una proposta di Tripoli di chiudere il caso pagando dieci milioni di euro per ogni paziente contagiato.
7 giugno 2005: La magistratura di Tripoli rilascia dieci ufficiali libici accusati di aver torturato i cittadini bulgari per estorcere le loro confessioni.
23 dicembre: Accordo Tripoli-Sofia per la creazione di un fondo di compensazione internazionale a vantaggio dei bambini libici contagiati dall’AIDS.
25 dicembre: La Corte suprema accoglie il ricorso dei sei imputati e ordina un nuovo processo.
11 maggio 2006: Apertura di un nuovo processo a Tripoli.
29 agosto: Il procuratore chiede la conferma della pena capitale nei confronti dei sei imputati.
31 ottobre: Gli avvocati della difesa denunciano che gli imputati hanno subito torture.
4 novembre: Ultima udienza: gli imputati professano nuovamente la loro innocenza, la pena capitale è richiesta.
19 dicembre: I sei imputati sono condannati a morte. Decidono di fare appello dinanzi alla Corte suprema della Libia. È l’ultima volta che possono farlo.