
La realtà è questa: viviamo nel Seicento di Manzoni. I don Rodrigo e i don Abbondio fanno il loro solito lavoro. L’ossequio al potentucolo di turno è la regola. Il quieto vivere è l’ambizione. Il conformismo è il precetto. Chi non ci sta è identificato come un individuo socialmente pericoloso. Un provocatore. Da rieducare in fretta. Ieri sono andato a Lecco, dove ho moderato un dibattito sui conflitti di interesse. E ho raccolto questa piccola storia di ordinaria bassezza.
Duccio, il ragazzo di diciotto anni che con i grillini lecchesi ha organizzato la serata, qualche giorno fa ha chiesto un’intervista al direttore dell’azienda sanitaria lecchese, il dottor Roberto Caltagirone, formigoniano in carriera. L’intervista viene accordata.
Duccio si presenta con due sue amiche. Il dottor Caltagirone parla per quaranta minuti davanti alla videocamera. Durante l’intervista prende atto che i ragazzi non sono venuti ad omaggiarlo. Sono informati sul suo passato. Compresi i suoi processi penali e amministrativi per gravi imputazioni. Hanno letto la sentenza definitiva che lo condanna a due anni per falso e abuso d’ufficio, in un contesto torbido di interessi personali e favoritismi al Niguarda di Milano. Gli rivolgono perfino domande non compiacenti: inaudito. Caltagirone risponde, cerca di rimanere freddo, gli si inturgidisce e arrossa soltanto un po’ il collo per lo sdegno. Nella conversazione si parla di questione morale, deontologia professionale, rapporti fra aziende sanitarie e partitica, criteri delle nomine ai luoghi di comando. Lecito, in un paese normale. Non nell’Italia di Rodrigo e Abbondio. Al momento dei saluti infatti l’intervistato ha un ripensamento e intima ai ragazzi: questa intervista non potete pubblicarla, Io non vi rilascio la liberatoria. Non s’era piaciuto e se l’è presa con lo specchio. I ragazzi lo rassicurano e se ne vanno. Ma la storia ha uno strascico.
Il giorno dopo il dottor Caltagirone si premura di telefonare al preside del liceo frequentato da Duccio. Gli racconta di aver accettato l’intervista solo perché gli era stata presentata come un’esercitazione scolastica: e dunque - nella sua testa - innocua, anzi compiacente. Fa la vittima. E poi rinnova l’intimazione: quella registrazione non deve essere pubblicata in alcun modo. Il preside, non proprio un cuor di leone a quanto sembra, convoca Duccio e, anziché fargli i complimenti, gli ordina di scrivere una mail che esoneri la scuola da qualsiasi coinvolgimento. Durante il dibattito di ieri ho rivolto a questo preside un pensiero di solidarietà: deve aver passato ore di angoscia. Alla fine la liberatoria l’ha dovuta rilasciare l’intervistatore, reo di aver rivolto alcune domande non gradite a un pregiudicato che ricopre una carica pubblica. Per fortuna Duccio è un allievo indisciplinato e non metterà a frutto questa lezione di “umiltà”.
Il Tg4 può attendere.
Tratto da www.pieroricca.org
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